Il 28 aprile del 1998 sulle pagine del Corriere della Sera, il grande Indro Montanelli (mi vien da ridere al pensiero che una sbecerante zitella come il Travaglio si spaccia per suo erede…), in una delle sue celebri “Stanze”, rispondeva ad un lettore circa le problematiche che dall’Unità d’Italia in poi lo Stato italiano si era trovato ad affrontare per via di quel frutto avvelenato che da allora ci ritrovammo tra gli zebedei chiamato Mafia (e affini), splendido dono del Regno Borbonico “felix”.
La Stanza si titolava (pare non sia passato che un giorno da allora) “Identikit di un Ministro della malavita”.
Sono un insegnante di storia e filosofia. Insegno in un liceo classico e sono interessato alle risposte che da’ in quanto storico nella “stanza”. Sono rimasto colpito dal consiglio che rivolgeva a uno studente di cambiare i propri libri di storia, in merito alle vicende giolittiane. Anche nella mia classe, affrontando questo argomento, sia attraverso il giudizio del manuale, sia in sede di critica storica (penso, per esempio, al giudizio di Mack Smith), sia in fatto di fonti storiche (penso al livore di Salvemini) la politica di Giolitti verso il Sud non ne e’ uscita priva di ambiguità’. Mi sembra di poter affermare che diversi testi oggi in dotazione nella scuola riconoscano il limite più evidente dell’azione di Giolitti nel fatto che egli non riuscì a modificare (ma per qualcuno addirittura sfruttò) l’esistente socio – politico meridionale, fatto di corruzione, clientele ed endemico parassitismo, con la conseguenza di rendere disorganici gli interventi che propose per il Sud. Ora mi domando, anche considerando giudizi meno negativi come quelli di Croce, Salvatorelli e anche di Togliatti, qualche perplessità su come Giolitti ha trattato la questione meridionale possiamo nutrirla? Sergio Abbruciati, Roma.
Caro Abbruciati, dopo due millenni siamo ancora a domandarci se Giulio Cesare fu più grande come statista o come canaglia. Figuriamoci se posso illudermi di pronunciare una sentenza definitiva su un uomo che appartiene alla contemporaneità, e che ha incarnato un modo di fare politica che offre e sempre continuerà a offrire pretesti di controversia (visto che razza di prudente umiltà aveva il tuo (sic) Maestro, povera zabetta di un Travaglio? ndr). Che questo modo non piaccia al mio amico Mack Smith lo trovo del tutto logico. Mack Smith e’ uno storico che conosce e ha saputo raccontare la storia d’Italia meglio di moltissimi storici italiani. Ma l’ha sempre raccontata dalla sua angolatura di liberal inglese, termine che corrisponde non a “liberale”, ma a “radicale”: un’angolatura che lo ha sempre (anche se ora un po’ meno) condotto a sottovalutare anche Cavour nei confronti di Mazzini e Garibaldi. Qualcosa di analogo si può dire di Salvemini, uomo senza dubbio di altissimo livello intellettuale, ma così passionale da dare di “spia fascista” a Prezzolini e di “traditore” a De Gasperi perché aveva accettato il diktat alleato dopo la seconda guerra mondiale, senza spiegarci cos’altro avrebbe potuto fare. Quando, dopo il suo rientro in Italia, chiesi a Salvemini se ancora considerava Giolitti un “ministro della malavita”, esitò un istante, poi disse fra i denti: “No”, e cambiò discorso. L’ho presa, come vede, da lontano. Ma per arrivare a questa conclusione: che per misurare gli uomini come Giolitti (e come Cavour, e come De Gasperi), ci sono due metri: quello di chi considera la politica “l’arte del possibile” e quello di chi la concepisce come una lotta anche contro l’impossibile. Io uso il primo metro e le chiedo: quale uomo politico, prima e dopo Giolitti, è mai riuscito a modificare “l’esistente meridionale fatto di corruzione, clientele, parassitismo” eccetera? Ci si provò Mussolini, mandando in Sicilia il famoso prefetto Mori che, usando le manette a go – go e perfino cannoneggiando dei villaggi, riuscì a ridurre nelle catacombe la mafia (che di lì a poco lo fece richiamare a Roma come senatore). Giolitti non ci s’era provato perché sapeva che la lotta contro quell’ “esistente” non rientrava nelle possibilità di uno Stato come quello italiano di allora (e di sempre). Sa cosa di Giolitti mi disse Giustino Fortunato, il più grande e immacolato meridionalista di tutti i tempi, cui i meridionalisti di oggi continuamente si appellano senza mai riprodurne, virgolettato, il pensiero? ” l’unico statista – mi disse – ad aver capito che il problema del Meridione non e’ che il problema dei meridionali. A risolverlo, i politici non servono. Servirebbero dei missionari”. Ecco cosa fu Giolitti: un politico che non cercò mai di fare il missionario. Si contentò di dare all’Italia, contro se stesso e i suoi amici conservatori, due cose enormi: il suffragio universale e il diritto di sciopero. E che, quando morì, fu lo Stato che dovette provvedere al funerale perché la famiglia non aveva di che pagarlo. Se, caro Abbruciati, tutti i “ministri della malavita” fossero così…>>
Quale è dunque la lezione in tal senso che possiamo evincere dalla docenza del grande giornalista e scrittore di Fucecchio?
Quello, tanto per rinfrescar la memoria agli innumeri discendenti dello Smemorato di Collegno, che fu gentilmentegambizzato (Indro Montanelli nel 1977 ) dai compagnucci dei Togliatti, dei Berlinguer, degli Occhetto: quelli che, poverini poverini, “sbagliavano”.
La lezione consiste in due punti.
Il primo è che lo Stato unitario fin dall’inizio dichiarò guerra, con alterne fortune, alla Mafia siciliana e successivamente ai suoi affini campani e calabresi.
Il secondo è che invariabilmente Capi di Governo dell’area liberal- conservatrice sono stati e sono accusati di poco avere fatto nei confronti – o addirittura di esserne conniventi – delle summenzionate Onlus.
Dopo Andreotti, il testimone da anni è stato appioppato sul groppone al Videla di Arcore.
Quelli di sinistra, invece, stranocaso, ne sono sempre stati considerati esenti.
Certo, sarebbe facile sarcasticare che negli anni Novanta furono Governi di Sinistra che si dimenticarono di confermare – sicuramente per carità cristiana – il carcere duro per i mafiosi.
Ma, bando alle malignità, veniamo al dunque.
La Procura di Palermo ha chiesto a Napolitano, esponente comunista mai pentito della più bell’acqua, di farsi interrogare a proposito delle telefonate da lui ricevute da Mancino, accusato di falsa testimonianza a proposito di una supposta trattativa tra Stato e Mafia.
“Attualmente - come recita Wikipedia - si tende a ritenere che la trattativa sia avvenuta nel periodo tra la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che quest’ultimo possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla trattativa tra Stato e Mafia, secondo le rivelazioni ancora da accertare di Gaspare Spatuzza e di Giovanni Brusca.”
Falcone fu assassinato il 23 maggio 1992.
Borsellino il 19 luglio 1992.
E quindi la supposta trattativa si dovrebbe esser svolta in quel periodo.
Suonano come monito le parole di Falcone: « La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni ».
E mi pregio ricordare che in quel periodo il Belpaese beneficiava del Governo Amato.
Non credo, però, che malgrado tutto ciò che su di lui si può dire, il Dottor Sottile possa esser annoverato tra gli spericolatiborder line adusi sbaciucchiarsi con virilosi Mammasantissima.
Ma mi pregio anche far presente che quando si intraprende una guerra, come lo Stato italiano fa da più di un secolo nei confronti di un vero e proprio Antistato – visto che Mafie, Camorre e affini non sono delle bande di criminali comuni dediti magari alle rapine in Banca, ma compatte organizzazioni segrete con tanto di giuramenti, rituali, patti di sangue, assassinii simbolici (incaprettamenti e sassi in bocca) e codici di comportamento più simili a Sette esoteriche che alla Banda del Buco, che controllano vaste zone dello Stivale – ci si può trovare nella necessità di momentanee tregue, in attesa di rimpannucciarsi e riprendere vigorosamente le offensive.
E nelle operazioni di guerra, da quando mondo è mondo, ai magistrati, mi dispiace per loro, non è stato mai consentito, per fortuna, di metter il becco.
Peraltro l’unica strategia che finora si è dimostrata vincente in tale secolare guerra – invece di andare come Vispe Terese prevalentemente alla ricerca di collusi o di concorrenti esterni – è stata quella intrapresa, su sollecitazione dell’oramai conclamato Propenso a Delinquere di Arcore, da un jazzista varesino e un azzeccagarbugli agrigentino prestati alla Politica come il Maroni e l’Alfano, i quali, agendo in sinergia, hanno ottenuto risultati mai visti in tale guerra, sotto forma di numero di mafiosi acchiappati e di miliardi di euro, di quella che il Mastro Don Gesualdo di Verga chiamava “la roba”, confiscati all’Antistato.
Perché?
Semplicemente perché i due dilettanti allo sbaraglio hanno applicato un’antica, semplice strategia ben conosciuta dai nostri Padri contadini.
I quali, prima che si inventassero i diserbanti, quando seminavano un campo a grano, ogni tot giorni si dedicavano a sradicare pazientemente le piante infestanti, come la gramigna, fino a quando le spighe non fossero state abbastanza forti e fitte da impedirne la diffusione.
Infatti, parafrasando George Clooney in un celebre spot: “No Mafiosi, no collusi con Mafia”.
Certo che se tra i Generali e i Capitani di punta che lo Stato dispiega in questa guerra si annoverano elementi come l’Ingroia, quello che per anni ci ha spacciato il Massimo Ciancimino come bocca della verità, e per questo ammannitoci una sera si e l’altra pure in una trasmissione della Tv pubblica da un buffone esperto in sceneggiate napoletane come il Santoro; quello che in ossequio alle regole dello Stato di Diritto starnazza ai quattro venti che, pur non disponendo di prove, Fininvest fu finanziata dai mafiosi – grande, grande la Marina Berlusconi che in quanto Presidente di Fininvest ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare il ciarliero magistrato comunista; quello tanto rispettoso delle Leggi che dopo aver ricevuto e secretato dichiarazioni del Cav, le abbiamo viste pubblicate, compresa la descrizione della pausa caffè, dal giornale su cui scrive – ma va? – il suo compagno di merende Travaglio, che con lui andava “al mare a mostrar le chiappe chiare“, come cantava l’immortale Gabriella Ferri; quello che infine ci ha fatto fare una vera e propria figura di merda a livello planetario per la faccenda del suo incarico in Guatemala, non c’è molto da rallegrarsi…..
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